lunedì 4 agosto 2014

La SVBG vende la Barcolana: dal 2016 si farà a Dubai

Quella del 2015 sarà l’ultima edizione della Barcolana nel golfo di Trieste. Con uno scarno comunicato stampa la Società Velica Barcola-Grignano che organizza la manifestazione fa sapere che il marchio ed i relativi diritti di esercizio sono stati ceduti ad una società con sede negli Emirati che trasferirà la regata nel golfo Persico. Il Presidente ci ha confermato direttamente la notizia: “la situazione economica era talmente compromessa che non avevamo alternative. La cessione dell’unico bene di valore era la sola alternativa alla bancarotta.” Un altro pezzo di Italia (e di Trieste) che se ne va.

domenica 3 agosto 2014

Sottoscrizione de Il Piccolo: rivogliamo i manifesti di Giulio

Dopo il formidabile successo della raccolta di firme per il Tram di Opicina, il quotidiano locale si attiva per riportare in vita una delle più amate tradizioni cittadine: i manifesti di Giulio. Da oggi i lettori potranno apporre la loro firma nell’apposita pagina della versione online, e, se la risposta sarà la stessa ottenuta per il Tram, potremo ben presto rivedere gli amati messaggi di Giulio, che tanto hanno contribuito allo sviluppo culturale di Trieste.

Il vicesegretario PD in visita a Trieste



Evento politico a sorpresa in città: il vicesegretario del Pd Debora Serracchiani è inaspettatamente giunto oggi stesso a Trieste per incontrare informalmente le autorità locali. Al suo arrivo ha rilasciato una breve dichiarazione: “sono lieta di aver trovato il tempo per un viaggio lampo in questa bellissima città, capoluogo di una regione di cui mi hanno parlato tanto bene”.

A-gusto. La pizzeria


Apparentemente simile ad una comune pizzeria, la pizzeria triestina è un locale assolutamente unico nel panorama della ristorazione nazionale. La sua caratteristica, infatti, è che la consumazione della pizza è un fatto del tutto marginale, tanto che non vi è alcun nesso fra il tipo di pizza che ordinate e quella che vi viene servita: è del tutto naturale, anzi consueto, che ordinando una capricciosa vi venga servita una pizza ai wurstel, o un calzone farcito, e le vostre eventuali rimostranze sarebbero destinate a suscitare niente più che lo stupore del personale di sala.

Anche per questo una serata in pizzeria a Trieste è una esperienza assolutamente unica. Dopo aver ordinato una pizza a caso, tanto per dar pretesto ai camerieri di portare qualcosa al tavolo, si attende che inizi il servizio vero e proprio. Quando siete verso la metà della consumazione, il personale comincia a spegnere le luci del locale. Prima quelle a maggior distanza da voi, poi tutte le altre, ad eccezione del neon che sovrasta il vostro tavolo e delle luci del bar. Di fronte alla vostra perseveranza nel continuare la cena, alcuni camerieri prendono a girare le sedie sui tavoli che vi circondano ed altri, appoggiati al bancone del bar a braccia conserte, vi fissano con impaziente fastidio, mentre il cassiere cammina nervosamente attorno al frigo dei gelati, fulminandovi con lo sguardo di tanto in tanto.

Se voi insistete nel consumare senza affrettarvi, si passa alla fase due. Alcuni inservienti escono dal retro con secchio e spazzolone e inondano il pavimento del locale, mentre il barista si dedica al bancone con il Vim liquido. Quando ormai l’atmosfera è satura di vapori di ammoniaca, la più corpulenta delle pulitrici si avvicina al vostro tavolo e rovescia un secchio di lisoformio puro sulle vostre Hogan scamosciate, ordinandovi di alzare i piedi per far passare lo spazzolone. Se voi osate manifestare anche solo il minimo disappunto, la secchiata successiva vi arriva direttamente in faccia. Mentre voi cercate stoicamente di sorseggiare la vostra birra, fingendo di trovarvi perfettamente vostro agio, il titolare abbassa la saracinesca fino a metà e vi rassicura, sibilando con malcelata stizza: “lascio mezzo aperto così riuscite a uscire”. Quindi ordina a tutto il personale di schierarsi in riga e di fissarvi in silenzio, mentre il cassiere apre e chiude ritmicamente il registratore di cassa, alternando il suono del campanello con il battere delle nocche sul bancone.

Quale che sia lo stato della vostra pizza, è venuto il momento di lasciare le posate e di appoggiarvi allo schienale. In tre si avventano al tavolo emettendo il verso tipico del cameriere fuori orario: “posso portar via?”, proferito quando già si stanno allontanando con il vostro piatto. A questo punto, in astratto, vi trovate davanti ad una alternativa cruciale: alzarvi e pagare il conto o attendere che vi si chieda se desiderate un dessert. O addirittura chiederlo voi stessi. In tutta franchezza non siamo in grado di dire cosa potrebbe succedere nel secondo caso, poiché, a memoria d’uomo, nessuno ha mai osato optare per il dolce. Non vi resta quindi che alzarvi e dirigervi verso la cassa, dove il cassiere, un ex pugile che stazza oltre duecento chili, batte la ricevuta, vi fissa con lo sguardo del cobra pronto a colpire e vi lancia la sfida finale: “Grappetta? Limoncello?” L’atmosfera della pizzeria si tende come nei saloon dei western all’alzarsi del bounty killer dal tavolo del poker, e voi vi trovate sull’orlo del baratro: siete consapevoli che, rifiutando, avrete salva la vita, ma il vostro orgoglio vi spingerebbe ad accettare. Proprio mentre state per pronunciare l’esiziale “sì, grazie, un limoncello”, come in un film di Sergio Leone vi balenano davanti agli occhi la figura di vostra madre e l’immagine di lei che si dispera sulla vostra tomba, maledicendo la sorte ed il limoncello che le hanno sottratto l’amato figliolo. L’amore filiale prende allora il sopravvento e vi induce a soccombere: “no, grazie, va bene così”.

Graziati dal destino, vi viene indicato il pertugio dell’uscita lasciato libero dalla serranda abbassata, nel quale vi infilate in guisa di forca caudina. Riacquistata la libertà, vi allontanate accompagnati dal fragore della serranda che cade pesantemente sul battente, coprendo il coro di maledizioni che il personale tutto lancia al vostro indirizzo. E’ la fine di un incubo: la serata in pizzeria è solo un ricordo.

sabato 2 agosto 2014

A-gusto. L’osmizza


Il nostro percorso enogastronomico non poteva che cominciare con il locale più caratteristico ed amato: l’osmizza.

Si tratta di un antro malsano ricavato abusivamente in una sperduta casa colonica collegata al mondo civilizzato da una strada vicinale disseminata di pericolosissime insidie. Si va dalla pietra piramidale tagliente che attende perfidamente il vostro semiasse, alla buca allagata in grado di mettere in crisi il vostro suv 4x4, alla Mercedes carica di ubriachi che procede in senso opposto senza suonare. Il pezzo forte è però il trattore con rimorchio di fieno che procede nella vostra direzione a 15 chilometri orari di media e che, per stazza laterale e passo longitudinale, risulta matematicamente insorpassabile per tutto il percorso. L’uomo con il cappello che lo guida vi farà di tanto in tanto il segno di passare, ma esclusivamente in corrispondenza della Mercedes con ubriachi di cui sopra. Uno di questi esemplari può farvi ritardare l’appuntamento con la cena fino a tre ore. Si narra di un direttore generale della Fincantieri che, nel 1994, perse una commessa da sessanta miliardi di Lire per aver invitato un cliente arabo in un’osmizza di Sgonico, impiegando due ore e quarantacinque minuti per raggiungerla da Borgo Grotta.

Nel raro e fortunato caso in cui riusciate a raggiungere la meta, si verificano esclusivamente le seguenti possibilità:
L’osmizza è chiusa da due anni e voi non ne sapevate niente.
L’osmizza è aperta ma si festeggia una cresima, quindi non c’è posto nemmeno per chi ha prenotato.
L’osmizza osserva una settimana di chiusura in base ad una bolla di Maria Teresa del 1769, recepita da Regio decreto del 1927 e ribadita da ordinanza della Provincia del 1974.
L’osmizza è aperta ma la moglie del titolare ha un attacco d’asma e quindi servono solo da bere.
L’osmizza sarebbe aperta ma è in corso un’ispezione dei Nas. Infatti davanti alla porta della cucina ci sono tre persone ammanettate.

Mentre i vostri ospiti vi fissano con odio, tornate verso il parcheggio per scoprire che, nel giro di cinque minuti, qualcuno ha utilizzato un cacciavite e la fiancata della vostra auto per tracciare una schematica mappa stradale della provincia. A questo punto la vostra mente si apre ad un’intuizione geniale: rientrare in città e andare alla pizzeria sotto casa, dove vi conoscono da anni e vi trattano da re. Raggianti, brandite le chiavi dell’auto e fate cenno agli ospiti, quando il malefico destino carsico vi invia due demoni malvagi travestiti da clienti di osmizze che vi sorprendono alle spalle e gracchiano: “a tre chilometri da qui c’è n’è un’altra anche migliore, veniteci dietro”. Terrorizzati all’idea, cercate di sottrarvi a sorte segnata, ma i vostri ospiti, ormai fulminati dalla maledizione dell’osmizza, vi impongono di obbedire.

I preannunciati tre chilometri si rivelano non meno di venti e la strada si trasforma in un tratturo impercorribile nel cuore di un bosco muto e buio, con pendenze fino al 45% sia in salita che in discesa, tanto che al conto della cena dovrete sommare frizione e dischi dei freni. Il sacrificio della vostra auto è comunque infine giustamente premiato, allorquando giungete nell’agognata, vera e tipica osmizza carsica. 

Appena scesi dall’auto venite assaliti da una nube di moscerini, falene, pappataci, mosche, tafani e pipistrelli. Nei paraggi non ci sono stalle ma il titolare, per ricreare la tipica atmosfera, ogni anno fa scaricare sul retro tre tonnellate di letame. Vi accoglie una sedicente figlia del gestore il cui sguardo sembra dire “sono prigioniera qui da tre anni, aiutatemi a fuggire” e veste una delle caratteristiche divise da cameriera di osmizza, ovvero: tuta da ginnastica sformata e lisa sui glutei, binomio jeans-maglietta taglio anni novanta, camicione hippy, costume tirolese incazzato, completo militare mimetico prestato da un cugino. Mentre vi chiedete se mangiare all’aperto o al chiuso, ovvero se preferire la nube di insetti molesti alla cappa soffocante della sala, un grugnito dall’interno impone alla cameriera di indicarvi il tavolo davanti alla toilette, che il titolare vi infligge per sfregio, avendovi in odio per come avete parcheggiato l’auto.

Il tavolo è coperto da quella che sembra una tovaglia di plastica a quadri bianchi e rossi, ma è in realtà un foglio di carta moschicida convinto che i vostri avambracci siano insetti da catturare, sì che voi ed i vostri commensali siete costretti a tenere le braccia lungo il corpo come cadetti nel giorno del giuramento. Il personale vi ignora per almeno quaranta minuti, durante i quali il vostro olfatto si adegua all’odore tipico dell’osmizza, ovvero un misto di sudore, aceto, cipolla, formaldeide, uovo marcio, fernet, carne bruciata, frittura, cherosene, vanillina, vaselina, insetticida, pepe verde, ammoniaca, vino rosso, pipì di gatto, pino silvestre, incenso, catrame, butano, brodo di pollo, angostura e polvere da sparo.

Giunto finalmente il momento dell’ordinazione, la cameriera, da voi compassionevolmente ribattezzata “Gretel”, vi espone il menù, e cioè: piatto di affettati misti, piatto di affettati e formaggi misti, piatto della casa, cioè affettati e formaggi misti con aggiunta di un uovo sodo. Mentre Gretel sbuffa come una ciminiera per la vostra indecisione, la mediazione con i commensali fallisce e vi rassegnate ad ordinare il piatto della casa, consapevoli che si compone dei prodotti scaduti del vicino discount, il cui elemento dominante è la pancetta stopposa dal caratteristico filamento interdentale a prova di stuzzicadenti al titanio. Quanto ai vini, prodotti dai titolari e serviti tassativamente sfusi, l’offerta è quella di ogni osmizza che si rispetti: Terrano, ovvero un'emulsione 40% Tavernello e 60% catrame, Refosco (stesse componenti ma a percentuali invertite), bianco della casa (50% Albana di Romagna e 50% acqua del rubinetto) e prosecco alla spina (50% Malvasia slovena e 50% acqua minerale gasata). Gretel, molto onestamente, vi informa che “il prosecco l’abbiamo ma non lo facciamo noi”.

Venite serviti dopo due ore di attesa, ma nel frattempo avete esaurito tutto il pane del cestino e non ve la sentite di chiederne altro, nel timore che, per rappresaglia, Gretel possa venire imprigionata in cantina per una settimana. Vi rassegnate quindi a mangiare l’affettato senza pane, lacerandolo alla meglio con gli stuzzicadenti che, come da tradizione di ogni osmizza, fungono da posate. Sfortunatamente, nel tentativo di tranciare l’unica fetta di prosciutto crudo, il vostro dirimpettaio fa rotolare a terra l’uovo sodo.

Il simpatico e caratteristico pasteggio viene interrotto da Gretel, la quale, approfittando di un momento di disattenzione generale, sottrae dal tavolo il piatto ancora a metà e vi chiede se volete il dolce. Quindi si esibisce in un elenco di cui nessuno riesce a comprendere una sola parola, salvo le ultime: “ma io vi consiglio la nostra pasta e crema”. Al ché tutti ordinano pasta e crema. Poco dopo un collega di Gretel (presumibilmente Hansel) si presenta al vostro tavolo con una carriola nella quale affonda un badile e scarica nei vostri piatti tre chili abbondanti di una sorta di calcestruzzo giallastro frammisto a scaglie di pasta sfoglia (uno scarto del vicino discount) e panna montata spray scaduta.

Superato anche lo scoglio del dolce vi preparate a rientrare, ma si appalesa il titolare che vi domanda minacciosamente: “tutto bene signori?” Voi vi affrettate a ringraziarlo per la splendida cena, tappando la bocca ad una vostra amica che ha la pessima abitudine di questionare con i ristoratori e che vi figurate già imprigionata insieme a Gretel. Quindi il gestore prosegue con tono intimidatorio: “vi offro un liquorino”. E vi fa portare un liquido nerastro che ingurgitate senza fiatare, nel timore di dover pagare un riscatto per potervene andare.

Lungo la strada avete la ventura di trovare una farmacia aperta per il turno di notte e comprate tutto il digestivo Giuliani disponibile. La farmacista, odiandovi per averla interrotta mentre navigava su youporn, vi frega sul sovrapprezzo per servizio notturno.